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Aldrovandi, atto finale Il 6 luglio la sentenza del processo per la morte del giovane di Ferrara. Ecco la ricostruzione definitiva di accusa e parte civile: «Gli imputati hanno mentito anche sui tempi: due erano già sul posto» di Sofia Basso «L'abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora». Per l’accusa e la parte civile, sta tutta in questa frase captata dai nastri della centrale di polizia la sintesi, e la confessione, di ciò che accadde all’alba del 25 settembre 2005. Erano le 6 e 12 minuti e i volontari dell’ambulanza di Ferrara avevano appena trovato il giovane Federico Aldrovandi senza vita, abbandonato faccia a terra sull’asfalto, ammanettato in una pozza di sangue, dopo un controllo delle forze dell’ordine. Come si fosse arrivati a quel tragico epilogo, il pm Nicola Proto e gli avvocati della famiglia l’hanno dovuto ricostruire passo dopo passo nei quasi due anni di processo, mettendo insieme i racconti dei testimoni, le registrazioni telefoniche e le perizie scientifiche, smontando pezzo a pezzo la versione della difesa. L’ultimo ribaltamento del racconto degli imputati è andato in scena il 23 e il 24 giugno, alla vigilia della sentenza prevista per il 6 luglio.
Gli avvocati della parte civile non hanno dubbi: due dei poliziotti accusati di omicidio colposo erano già sul posto ben prima di quanto ammesso dai quattro imputati (Enzo Pontani, Paolo Forlani, Luca Pollastri e Monica Segatto), per i quali l’accusa ha chiesto tre anni e otto mesi. Un’anticipazione dell’entrata in scena delle forze dell’ordine che cambierebbe il contesto delle urla del giovane sentite distintamente da molti abitanti della via: «Polizia di merda», «Vigliacchi», «Stato di merda». Frutto del delirio autonomo di un ragazzo sotto l’effetto della droga secondo la difesa, diventerebbero una reazione di Federico all’intervento degli agenti. La nuova versione, ipotizzata anche da Proto nella requisitoria del 19 giugno, sarebbe provata dai danni al vetro di Alfa 3, sentito frantumarsi da un testimone ben prima delle 6 di mattina, quando la difesa colloca il sopraggiungere della volante. Anche il fatto che nessuno abbia percepito l’arrivo della vettura o ne abbia visto i lampeggianti accesi - sottolinea nella sua appassionata replica Alessandro Gamberini, uno dei quattro avvocati degli Aldrovandi - confermerebbe che la volante «già si trovava presso il parchetto per ragioni di controllo del territorio». Del resto, nessun documento ufficiale registra la sua presenza altrove, a parte un brogliaccio corretto in un secondo momento. La versione difensiva sarebbe contraddetta anche dalla tempistica: basandosi sugli orari indicati dagli imputati, Gamberini ha calcolato che «ne deriverebbe un tempo di contatto ravvicinato tra gli agenti e Federico di circa cinque minuti». Troppo pochi perché possa accadere tutto quello che i testimoni hanno visto e che gli stessi imputati hanno raccontato. Anche perché la colluttazione tra gli agenti armati di manganello e lo studente di Ferrara si svolge in due fasi, una precedente all’arrivo della seconda volante all’altezza di via Ippodromo 20, l’altra qualche metro più in là, di fronte al cancello del parchetto, con il ragazzo ormai a terra e i quattro poliziotti addosso a lui. Conclusione: gli imputati, sostengono accusa e parte civile, hanno mentito anche sui tempi dell’intervento, come già nella ricostruzione della dinamica, priva di ogni «rilievo probatorio».
Quando gli agenti si avvalevano ancora del diritto di non parlare, alcuni avvenimenti di quella notte furono raccontati agli inquirenti dagli amici che rincasavano con la vittima e da due testimoni oculari. Diciotto anni, Federico rientrava da una serata in una discoteca di Bologna dove aveva assunto lievi quantità di sostanze stupefacenti. Si fece lasciare al parchetto di via Ippodromo di Ferrara con l’idea di fare due passi e vedere l’alba. Dopo meno di un’ora gli abitanti della via furono svegliati dalle grida del ragazzo e dal rumore di lamiera: le due donne che guardano dalla finestra vedono i poliziotti che si accaniscono contro il giovane: gli sono sopra «come le formiche», raccontano, «con i bastoni», mentre uno «lo tempesta con i piedi», «lo picchia, lo picchia tanto». In particolare, i testimoni sentono le invocazioni di aiuto del giovane: «Basta», «aiutatemi». Finché la voce gli si spegne in gola e il corpo si immobilizza. «Un dato indiziario rilevante per l’individuazione dell’intensità e del grado di violenza dell’intervento, certamente cruento e sproporzionato», fa notare Gamberini nella sua memoria. Violenze provate, aggiunge, anche dalle analisi del cuore della vittima condotte dal perito del giudice, il maggior esperto italiano di patologia cardiaca Gaetano Thiene. Chiamato a deporre alla fine del dibattimento, dopo che la procura era venuta in possesso di una fotografia sottratta all’inchiesta, il professore era stato inequivocabile: «Una pressione ha provocato l’interruzione del circuito elettrico in un concorso di fattori meccanici e di fattori postici asfittici». Il cuore del ragazzo, insomma, fu schiacciato in un punto vitale mentre il giovane era in debito di ossigeno.
Da qui le tre imputazioni: l’uso sproporzionato della violenza («non si usano i manganelli in chiave offensiva, men che meno al capo»), l’imprudenza («il non aver chiamato immediatamente l’ambulanza») e le modalità di restrizione («la mossa finale di piombare almeno in due addosso a lui fino allo stremo, fino a quando non si è più mosso»). L’aveva già detto il pm nella sua requisitoria: «Il ragazzo era sfigurato. Se picchi in testa per molto tempo, eccedi. Questa azione è stata esagerata. L’intervento doveva essere diverso». Lo stesso ispettore capo Luciano Capodicasa, chiamato a deporre in aula, aveva raccontato come nelle scuole di polizia da anni si segnalano i pericoli dei bloccaggi a terra. L’eccesso di violenza, oltre che dalla «prova di natura istologica» del cuore schiacciato e dalle testimonianze delle signore Bassi e Tsegue, per la parte civile è esemplificato anche dalla «vicenda dei manganelli rotti»: due delle armi in dotazione degli agenti, infatti, si spezzarono durante la colluttazione. «Le violenze al capo subite da Federico sono tutte compatibili con lesioni da manganello», segnalano in aula i legali. «Mi sembra che i profili sui quali si costruisce la responsabilità degli autori siano stati tutti evidenziati, dimostrati probatoriamente in modo indiscusso», commenta soddisfatto Gamberini a margine dell’udienza. «Alla fine di un processo così lungo, quando vai a tirare le fila ti accorgi che la soluzione finale concilia perfettamente l’ipotesi di asfissia con la tesi della morte traumatica. Gli imputati mentono su tutta la linea, anche sulla prima fase della colluttazione». Da qui la sua conclusione sulla pessima abitudine italiana di affidare le indagini su responsabilità delle forze dell’ordine a colleghi degli imputati, «spesso loro amici personali». Non a caso è stato aperto un procedimento bis sulla gestione dell’inchiesta.
Dopo Gamberini hanno preso la parola gli altri legali di parte civile: Beniamino Del Mercato e, il giorno successivo, Fabio Anselmo e Riccardo Venturi, i due che per primi sono accorsi in aiuto della famiglia, che con un blog improvvisato riuscì a portare alla ribalta il caso del figlio, inizialmente liquidato dalla questura di Ferrara come decesso per droga. «La requisitoria del pm è stata molto puntuale - commenta appassionata come sempre Patrizia Moretti, la mamma di Federico -. Le repliche dei nostri avvocati hanno messo il cuore nella ragione. Gli imputati sono stati confutati e inchiodati alle loro responsabilità. Ho sempre ritenuto il capo di imputazione colposo inadeguato, ma capisco che nei casi di polizia sia già tanto. A questo punto mi aspetto una condanna».
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