SPAL NEL CUORE

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FEDERICO ALDROVANDI
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Aldrovandi, atto finale
Il 6 luglio la sentenza del processo per la morte del giovane di Ferrara. Ecco la ricostruzione definitiva di accusa e parte civile: «Gli imputati hanno mentito anche sui tempi: due erano già sul posto»
di Sofia Basso
«L'abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora». Per l’accusa e la parte civile, sta tutta in questa frase captata dai nastri della centrale di polizia la sintesi, e la confessione, di ciò che accadde all’alba del 25 settembre 2005. Erano le 6 e 12 minuti e i volontari dell’ambulanza di Ferrara avevano appena trovato il giovane Federico Aldrovandi senza vita, abbandonato faccia a terra sull’asfalto, ammanettato in una pozza di sangue, dopo un controllo delle forze dell’ordine. Come si fosse arrivati a quel tragico epilogo, il pm Nicola Proto e gli avvocati della famiglia l’hanno dovuto ricostruire passo dopo passo nei quasi due anni di processo, mettendo insieme i racconti dei testimoni, le registrazioni telefoniche e le perizie scientifiche, smontando pezzo a pezzo la versione della difesa. L’ultimo ribaltamento del racconto degli imputati è andato in scena il 23 e il 24 giugno, alla vigilia della sentenza prevista per il 6 luglio.

Gli avvocati della parte civile non hanno dubbi: due dei poliziotti accusati di omicidio colposo erano già sul posto ben prima di quanto ammesso dai quattro imputati (Enzo Pontani, Paolo Forlani, Luca Pollastri e Monica Segatto), per i quali l’accusa ha chiesto tre anni e otto mesi.
Un’anticipazione dell’entrata in scena delle forze dell’ordine che cambierebbe il contesto delle urla del giovane sentite distintamente da molti abitanti della via: «Polizia di merda», «Vigliacchi», «Stato di merda». Frutto del delirio autonomo di un ragazzo sotto l’effetto della droga secondo la difesa, diventerebbero una reazione di Federico all’intervento degli agenti. La nuova versione, ipotizzata anche da Proto nella requisitoria del 19 giugno, sarebbe provata dai danni al vetro di Alfa 3, sentito frantumarsi da un testimone ben prima delle 6 di mattina, quando la difesa colloca il sopraggiungere della volante. Anche il fatto che nessuno abbia percepito l’arrivo della vettura o ne abbia visto i lampeggianti accesi - sottolinea nella sua appassionata replica Alessandro Gamberini, uno dei quattro avvocati degli Aldrovandi - confermerebbe che la volante «già si trovava presso il parchetto per ragioni di controllo del territorio». Del resto, nessun documento ufficiale registra la sua presenza altrove, a parte un brogliaccio corretto in un secondo momento. La versione difensiva sarebbe contraddetta anche dalla tempistica: basandosi sugli orari indicati dagli imputati, Gamberini ha calcolato che «ne deriverebbe un tempo di contatto ravvicinato tra gli agenti e Federico di circa cinque minuti». Troppo pochi perché possa accadere tutto quello che i testimoni hanno visto e che gli stessi imputati hanno raccontato. Anche perché la colluttazione tra gli agenti armati di manganello e lo studente di Ferrara si svolge in due fasi, una precedente all’arrivo della seconda volante all’altezza di via Ippodromo 20, l’altra qualche metro più in là, di fronte al cancello del parchetto, con il ragazzo ormai a terra e i quattro poliziotti addosso a lui. Conclusione: gli imputati, sostengono accusa e parte civile, hanno mentito anche sui tempi dell’intervento, come già nella ricostruzione della dinamica, priva di ogni «rilievo probatorio».

Quando gli agenti si avvalevano ancora del diritto di non parlare, alcuni avvenimenti di quella notte furono raccontati agli inquirenti dagli amici che rincasavano con la vittima e da due testimoni oculari. Diciotto anni, Federico rientrava da una serata in una discoteca di Bologna dove aveva assunto lievi quantità di sostanze stupefacenti. Si fece lasciare al parchetto di via Ippodromo di Ferrara con l’idea di fare due passi e vedere l’alba. Dopo meno di un’ora gli abitanti della via furono svegliati dalle grida del ragazzo e dal rumore di lamiera: le due donne che guardano dalla finestra vedono i poliziotti che si accaniscono contro il giovane: gli sono sopra «come le formiche», raccontano, «con i bastoni», mentre uno «lo tempesta con i piedi», «lo picchia, lo picchia tanto». In particolare, i testimoni sentono le invocazioni di aiuto del giovane: «Basta», «aiutatemi». Finché la voce gli si spegne in gola e il corpo si immobilizza. «Un dato indiziario rilevante per l’individuazione dell’intensità e del grado di violenza dell’intervento, certamente cruento e sproporzionato», fa notare Gamberini nella sua memoria. Violenze provate, aggiunge, anche dalle analisi del cuore della vittima condotte dal perito del giudice, il maggior esperto italiano di patologia cardiaca Gaetano Thiene. Chiamato a deporre alla fine del dibattimento, dopo che la procura era venuta in possesso di una fotografia sottratta all’inchiesta, il professore era stato inequivocabile: «Una pressione ha provocato l’interruzione del circuito elettrico in un concorso di fattori meccanici e di fattori postici asfittici». Il cuore del ragazzo, insomma, fu schiacciato in un punto vitale mentre il giovane era in debito di ossigeno.

Da qui le tre imputazioni: l’uso sproporzionato della violenza («non si usano i manganelli in chiave offensiva, men che meno al capo»), l’imprudenza («il non aver chiamato immediatamente l’ambulanza») e le modalità di restrizione («la mossa finale di piombare almeno in due addosso a lui fino allo stremo, fino a quando non si è più mosso»). L’aveva già detto il pm nella sua requisitoria: «Il ragazzo era sfigurato. Se picchi in testa per molto tempo, eccedi. Questa azione è stata esagerata. L’intervento doveva essere diverso». Lo stesso ispettore capo Luciano Capodicasa, chiamato a deporre in aula, aveva raccontato come nelle scuole di polizia da anni si segnalano i pericoli dei bloccaggi a terra. L’eccesso di violenza, oltre che dalla «prova di natura istologica» del cuore schiacciato e dalle testimonianze delle signore Bassi e Tsegue, per la parte civile è esemplificato anche dalla «vicenda dei manganelli rotti»: due delle armi in dotazione degli agenti, infatti, si spezzarono durante la colluttazione. «Le violenze al capo subite da Federico sono tutte compatibili con lesioni da manganello», segnalano in aula i legali. «Mi sembra che i profili sui quali si costruisce la responsabilità degli autori siano stati tutti evidenziati, dimostrati probatoriamente in modo indiscusso», commenta soddisfatto Gamberini a margine dell’udienza. «Alla fine di un processo così lungo, quando vai a tirare le fila ti accorgi che la soluzione finale concilia perfettamente l’ipotesi di asfissia con la tesi della morte traumatica. Gli imputati mentono su tutta la linea, anche sulla prima fase della colluttazione». Da qui la sua conclusione sulla pessima abitudine italiana di affidare le indagini su responsabilità delle forze dell’ordine a colleghi degli imputati, «spesso loro amici personali». Non a caso è stato aperto un procedimento bis sulla gestione dell’inchiesta.

Dopo Gamberini hanno preso la parola gli altri legali di parte civile: Beniamino Del Mercato e, il giorno successivo, Fabio Anselmo e Riccardo Venturi, i due che per primi sono accorsi in aiuto della famiglia, che con un blog improvvisato riuscì a portare alla ribalta il caso del figlio, inizialmente liquidato dalla questura di Ferrara come decesso per droga. «La requisitoria del pm è stata molto puntuale - commenta appassionata come sempre Patrizia Moretti, la mamma di Federico -. Le repliche dei nostri avvocati hanno messo il cuore nella ragione. Gli imputati sono stati confutati e inchiodati alle loro responsabilità. Ho sempre ritenuto il capo di imputazione colposo inadeguato, ma capisco che nei casi di polizia sia già tanto. A questo punto mi aspetto una condanna».

 
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Da "Estense.Com"
genitori: ''Vogliamo che ora quei quattro dismettano la divisa''
Lacrime e abbracci nell’Aula B

Se parlare di delusione dopo la lettura della sentenza sarebbe usare un eufemismo per la difesa che se ne in tutta fretta va raccogliendo borse e cartelle, l’altro volto dell’aula B è invece quello fatto delle lacrime e degli abbracci che circondano Patrizia Moretti, Lino e Stefano Aldrovandi e gli amici di Federico.
“È quello per cui abbiamo sempre lottato – dice Patrizia tra le lacrime -; questa sentenza era l’unica possibile, l’unica giusta, l’unica cosa logica. È il riconoscimento di quello che è successo a mio figlio”. Anche se per la “madre-coraggio”, che con il suo blog è riuscita a far emergere al silenzio cui sembrava destinata la morte di Federico , “la giustizia vera sarebbe poter far tornare mio figlio”. Patrizia Moretti ricorda proprio la sua battaglia iniziata dal suo diario telematico: “il nostro impegno pubblico ha influito su questa vicenda – afferma -, perché ha permesso ai media di far conoscere il caso di Federico a tutta l’Italia”. In questi lunghissimi quattro anni e in quelle lunghissime cinque ore di camera di consiglio “ho avuto in certi momenti paura che se la cavassero, ma in fondo ci ho sempre creduto, altrimenti non avrei avuto la forza di andare avanti”.
Mentre si asciuga le lacrime Patrizia volge lo sguardo indietro, a quello che era la sua quotidianità prima del 25 settembre 2005. “La mia vita era piena di musica – dice mentre cerca nell’aula con lo sguardo il figlio Stefano -, mi svegliavo e con due figli in casa c’era sempre rumore. Tutto questo mi è stato portato via, per sempre”.
“Io non ho mai avuto paura– aggiunge il papà Lino -. Questa sentenza rispetta la giustizia e la dignità. Adesso tutti i poliziotti che l’hanno offeso dovranno chiedere chiedergli scusa: mio figlio non era un drogato. Voglio che ora quei quattro dismettano la divisa”.
Uno dei primi cui vanno i ringraziamenti dei genitori è il pm Nicola Proto, subentrato nel marzo 2006 alla prima pm che seguì inizialmente la vicenda per poi lasciare per “motivi personali”: “io non ho fatto né di più né di meno di quello che dovevo – si schermisce -. Il mio arrivo nella conduzione dell’inchiesta non ha cambiato nulla, non ho avvertito nessun peso nell’ereditare queste indagini. Vedremo ora la motivazione della sentenza per sapere se il giudice ha accolto in pieno la nostra ricostruzione”.
Tocca poi ai legali di parte civile. Il primo a essere tradito dall’emozione è Beniamino Del Mercato. Anche lui piange: “il rischio in questa vicenda è stato quello che è successo, o meglio non è successo, nei primi cinque mesi dopo la morte di Federico, sia per quanto riguarda gli imputati che per quanto concerne gli apparati istituzionali, che hanno tenuto un atteggiamento tanto sbagliato da risultare controproducente”.
Riflette infine sul significato di questa storia, cui mancherà sempre un lieto fine, Fabio Anselmo: “dobbiamo chiederci che mondo la nostra generazione ha lasciato ai ragazzi di oggi, un mondo ostile. E questa sentenza lo certifica”.

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Aldrovandi-bis, il pm presenta il conto ai 4 poliziotti indagati
Il Resto del Carlino del 30/07/2009 , articolo di NICOLA BIANCHI


Notificato ieri il «fine indagine». Le accuse vanno dalla presunta omissione di atti d'ufficio, al favoreggiamento personale, al falso

di NICOLA BIANCHI IL FASCICOLO è il 264807, l'Aldrovandi-bis. Da ieri formalmente chiuso. L'avviso di conclusione indagine (l'atto 415 bis, anticamera della richiesta di rinvio a giudizio), per i quattro poliziotti sotto inchiesta, in mattinata è stato notificato. Indagati nella seconda maxi investigazione - quella, tanto per capirci, sui presunti falsi, omissioni, manomissioni degli atti durante la prima fase ''approssimativa'' dell'indagine sulla morte di Federico Aldrovandi - sono quattro poliziotti: Paolo Marino (avvocato Eugenio Gallerani), all'epoca dirigente dell'ufficio Volanti; Marco Pirani (Gian Luigi Pieraccini), della polizia giudiziaria e allora braccio destro dell'ex pm Mariaemanuela Guerra; Marcello Bulgarelli (Dario Bolognesi), che il giorno della tragedia (il 25 settembre 2005) era responsabile della centrale operativa 113; Luca Casoni (Alberto Bova), capo turno delle volanti. La sensazione che qualcosa si stesse muovendo - soprattutto dopo la sentenza di primo grado, del 6 luglio, che ha portato alla condanna a 3 anni e 6 mesi i quattro poliziotti intervenuti quella mattina in via Ippodromo (Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Paolo Forlani) - era nell'aria, ma la conferma del ''fine lavori'' è arrivata solamente ieri. GLI AVVISI L'inchiesta bis venne aperta nel maggio 2007, in parallelo al fascicolo principale sulla morte del 18enne, necessaria al pm Nicola Proto per accertare perché il brogliaccio delle chiamate al 113 del 25 settembre fu corretto nello spazio in cui venivano riportati i dati dell'intervento eseguito dai quattro poliziotti delle pattuglie Alfa 2 e Alfa 3 in via Ippodromo. Ma non solo. Anche i motivi del ritardo nell'invio di atti trattenuti, inspiegabilmente. Una catena di responsabilità, presunte, che ha portato ad evidenziare negli atti dei poliziotti, non ancora chiari, ciò che può essere visto come ritardi, omissioni, o ancora mancate trasmissioni. Vengono indagati tre poliziotti (Marino, Bulgarelli e Pirani), a marzo 2009 per due di loro (Marino e Bulgarelli) arrivano nuove informazioni di garanzia. Stesso periodo, spunta un quarto nome: Luca Casoni. OMISSIONI Partiamo da Marino (reato 328: rifiuto di atti d'ufficio, omissione): l'ex numero uno delle Volanti, all'alba del 25 settembre, durante il colloquio con l'ex pm titolare dell'inchiesta Aldrovandi, Mariaemanuela Guerra, per l'accusa diede un'informazione non precisa. Federico era appena morto, Marino contattò il pm al cellulare. «Gli illustrai l'intervento delle volanti e le chiesi di venire - disse Marino in aula - Mi rispose che non era il caso. Le richiesi una seconda volta, disse di essere contattata dal medico legale dopo gli accertamenti». Ben diversa la versione della pm, messa nero su bianco in un documento inviato al Csm. «STACCA» Altra telefonata, altra questione quella di Casoni e Bulgarelli. Tutto ruota attorno alla comunicazione fatta da Casoni al collega per comunicargli il decesso di Federico. Bulgarelli chiede subito cos'è successo? ma in quel momento, e per alcuni secondi, non si sente più nulla e la chiamata viene interrotta. «Probabilmente - spiegò Casoni in aula sentito come teste - ho detto stacca». In pratica avrebbe chiesto di bloccare la registrazione per passare ad una comunicazione privata tra i due. Il cui contenuto è ignoto. «Era per parlare liberamente, - aggiunse - non volevo essere giudicato dopo una notte di lavoro se, per esempio, facevo un'esclamazione su questo o quel funzionario». Da qui il presunto favoreggiamento in concorso tra i due. Casoni deve rispondere anche di falsa testimonianza, mentre Bulgarelli di omissione della registrazione completa della conversazione telefonica sulla linea 113 delle 6.32 di quella mattina. Infine Pirani, indagato (articolo 328 codice penale) per la presunta omissione alla Procura di copia delle registrazioni delle chiamate al 112

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Da Estense.com
Omissione, falsa testimonianza, favoreggiamento: si rischia fino a sei anni
Aldrovandi bis, ecco le accuse
di Marco Zavagli

Omissione di atti d’ufficio, falsa testimonianza, favoreggiamento. Sono le pesanti accuse che chiudono l’inchiesta bis sulla morte di Federico Aldrovandi. Con il deposito dell’avviso di conclusione delle indagini il pm Nicola Proto ha chiuso l’inchiesta volta ad accertare presunte irregolarità sui primi mesi di indagine attorno alla morte del 18enne e ha aperto un’altra finestra sulla tragica vicenda del ragazzo.
La prima inchiesta – poi confluita nel processo per omicidio colposo ai quattro agenti intervenuti la notte del 25 settembre 2005 in via Ippodromo - si è conclusa il 6 luglio con la condanna in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Questa seconda rischia di essere ancora più pesante dal punto di vista sanzionatorio per i poliziotti. Alcuni dei reati contestati – che in questo caso sono di matrice dolosa e non colposa - prevedono infatti pene detentive fino a sei anni.
L’elenco stilato dalla procura estense inizia con Paolo Marino. L’ispettore, all’epoca dirigente dell’ufficio volanti, è accusato in base all’art. 328 del codice penale (Omissione di atti d’ufficio) di aver omesso di informare dettagliatamente il pm di turno Mariaemanuela Guerra di quanto accaduto. In particolare Marino avrebbe taciuto la violenta colluttazione tra Federico e gli agenti, “limitandosi a informare il pm che il decesso sarebbe stato riconducibile a overdose e che il caso non presentava particolari difficoltà, inducendo in tal modo il pm a non recarsi sul posto e assumere direttamente la direzione delle indaini".
L’altro indagato è Marcello Bulgarelli, per l’art. 372 (falsa testimonianza), per aver affermato il falso, “negando di aver interrotto la comunicazione telefonica con Luca Casoni che si trovava in via Ippodromo alle 6.32” (il famoso “stacca…”). In aula l’allora capoturno della centrale operativa della questura aveva detto che “io la registrazione non l’ho mai toccata…” e affermato di non aver mai staccato la registrazione della conversazione, “omettendo inoltre di riferire il contenuto della comunicazione”.
Stesso capo di imputazione per Casoni, addetto all'ufficio denuncie il 25 settembre 2005, per aver “taciuto circostanze a lui note omettendo di riferire il contenuto della conversazione” con Bulgarelli delle 6.32 su quanto era accaduto in via Ippodromo.
Sia Casoni che Bulgarelli, poi, sono accusati in concorso tra loro, art. 378, proprio con quella telefonata troncata, di aver aiutato i quattro imputati “ad eludere le possibili investigazioni dell’autorità giudiziaria nei loro confronti, non registrando il colloquio avvenuto immediatamente dopo”.
Sempre loro due poi, e sempre per lo stesso fatto, sono indagati per il reato previsto dall’art. 328 (Omissione di atti d’ufficio) del codice penale, per avere in qualità di pubblici ufficiali “rifiutato atti del proprio ufficio consistiti nella omessa registrazione completa della conversazione telefonica sulla linea del 113”, con riguardo a “circostanze apprese da Casoni sul luogo del fatto relative al decesso di Federico Aldrovandi”.
Infine Pirani, sua forse la posizione più lieve, sempre per l’art 328 (Omissione di atti d’ufficio), per avere, in qualità di pubblico ufficiale delegato alle indagini sulla morte del ragazzo, omesso di trasmettere alla procura la copia del registro delle chiamate tra polizia e carabinieri.

 
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da "Estense.com"
condanna dei poliziotti
Federico Aldrovandi morto senza alcuna ragione
di Marco Zavagli


“Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell’età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione”. È forse questo quello che fa più male di quel 25 settembre 2005, morire a 18 anni senza alcuna ragione.
Nelle 567 pagine depositate oggi nella cancelleria del tribunale di Ferrara, il giudice Francesco Caruso spiega le motivazioni che hanno portato alla condanna in primo grado a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo i quattro agenti di polizia (tre uomini e una donna) intervenuti quella notte in via Ippodromo.
Dopo quell’intervento il corpo di Federico rimase a terra privo di vita. E subito dopo partirono le indagini che nascono “con un vizio di fondo – scrive il giudice - che si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un possibile grave delitto che indagano su loro stessi. Un paradosso che il semplice senso comune avrebbe dovuto prevenire”.
Questa è la ragione iniziale “di un dibattimento complesso e difficile, protrattosi per 34 udienze”, reso ancor più in salita da “un’investigazione dai contorni indefiniti”, con “tutti i funzionari ed operatori di polizia, di tutti i gradi e i livelli, che si recarono sul posto” che si erano detti convinti “che la morte di Aldrovandi fosse dovuta esclusivamente a cause naturali, favorite dalla precedente assunzione di sostanze stupefacenti”. Al punto da “rassicurare il pubblico ministero, inducendolo a non recarsi sul posto, stante l’evidenza prospettata di una morte priva di rilievi problematici dal punto di vista di eventuali responsabilità”.
C’era insomma un’unica verità, quella della morte per overdose, che secondo la questura sarebbe stata provata dalla successiva autopsia. Anche questa però, effettuata in seguito dai medici legali “in un contesto operativo d indagine in cui si dà per scontato e indiscutibile che il decesso debba imputarsi all’assunzione di stupefacenti e ad un malore a questo correlato, senza alcun dubbio su possibili concause”.
Tutto questo viene riassunto da Caruso nel concetto di “unilateralità dell’indagine”, al quale corrispondono nelle motivazioni della sentenza interi paragrafi dal titolo esaustivo, come “L’imbarazzo della Questura” e “La solitudine degli imputati”.
È in questo quadro che si trova a lottare la famiglia di Federico, così come i suoi avvocati, cui va il merito di non aver mai creduto alla versione ufficiale dei poliziotti. Versione smentita dagli stessi testimoni, “dimostrando che essi (gli agenti, ndr) non si limitarono a contenere un pazzo scatenato ma reagirono con una violenza di corrispondente e anzi maggiore intensità e che il livello raggiunto dalla violenza, a partire da un certo momento, fu tale da concorrere ad innescare il meccanismo letale”.
A soccorrere la ricostruzione dei fatti sono intervenute le trascrizioni delle telefonate, “per dimostrare la sostanziale inattendibilità della versione degli imputati”, la “fondamentale testimonianza oculare” assunta in incidente probatorio della camerunense Anne Marie Tsagueu (dal cui racconto traspare “un autentico pestaggio da parte dei quattro agenti di polizia armati di sfollagente”) e infine l’esame del cardiopatologo GaetanoThiene, intervenuto a dibattimento in corso, “determinante per la ricostruzione della causa della morte”.
Sullo sfondo, “inespressa ma latente”, l’intima convinzione della famiglia che il racconto di “Federico pazzo scatenato costituisse, in realtà, una menzogna di base degli uomini della prima pattuglia”; che il ragazzo “fosse stato in realtà vittima di una misteriosa provocazione alla quale aveva reagito, perdendo successivamente la testa per effetto delle pesanti percosse subite dai primi agenti che l’avevano indotto ad affrontare lo scontro con il gruppo dei quattro agenti, formatosi nel frattempo”.
Qui si ferma la ricostruzione del processo, lasciando aperti almeno un paio di interrogativi: “se Federico quando venne sentito per la prima volta dagli abitanti della zona fosse andato effettivamente in escandescenze da solo ovvero, se la sua agitazione si rivolgeva contro a qualcuno” e “per quale ragione Aldrovandi che la prima coppia di agenti dimentica in fondo al parco, per almeno un paio di minuti, ancora, forse, agitato ma non aggressivo, comunque distante da trenta a cinquanta metri dalla macchina della polizia, non abbia approfittato della via di fuga per sottrarsi agli agenti, quasi attendesse anch’egli l’arrivo dell’altra macchina”.
Qui si può aprire lo spazio solo alla fantasia, fatta di congetture impossibili da provare. Federico potrebbe essere stato fermato per un semplice controllo, vista l’ora (quasi le 6 di mattina) e la zona mal frequentata. Il ragazzo era senza documenti e proprio per quello, per convincere gli agenti che si chiamava Federico (“figurati se si chiama Federico” sentiranno dire alla poliziotta alcuni residenti), potrebbe aver chiamato i suoi amici. E sul cellulare del 18enne compaiono otto o nove chiamate consecutive fatte agli amici, tutte però senza risposta. Potrebbe non aver voluto chiamare a casa per non essere costretto a farsi vedere dai genitori "alterato", oppure accompagnato da dei poliziotti. A quel punto forse il ragazzo aspettava che gli restituissero il cellulare e per questo stava attendendo l’arrivo della seconda pattuglia. Una volta giunta anche la seconda volante la situazione potrebbe essere degenerata.
Abbandonando il campo delle mere ipotesi, torniamo alla sentenza, all’interno della quale il giudice non rinuncia a spiegare il perché questa tragica vicenda sia diventata nei fatti e nelle cronache nazionali “Il caso Aldrovandi”.
“Quando un affare del genere – scrive Caruso - si verifica in una città civile come Ferrara, dotata di opinione pubblica e società civile reattive, di un sistema di informazione diffuso e disposto a diffondere notizie e spiegazioni e a non subire condizionamenti (gli interessi in gioco non sono tali da indurre cautele), il fatto di cronaca, una morte di immediato rilievo giudiziario, diventa un caso. Non un qualsiasi procedimento giudiziario ma un affare pubblico”.

 
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Io e Aldro
La Nuova Ferrara del 17/10/2009


Sarà presentato oggi alle 17,30 a Palazzo Bonaccossi il libro «Aldro» (Corbo editore) di Francesca Boari che ripercorre la vicenda di Federico Aldrovandi
 
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